di Luca Di Berardino

Il settimo laphroaig scende come un rovo di rose nel gozzo. Né acqua né sigarette riescono a smorzare l’alcol. Inutili vizi umani che cercano di riempire meri spazi nel tempo e nell’anima dei deboli.
La soffiata non sembra attendibile visto che ormai l’ora X è passata da un po’: che io sia maledetto per non aver dato credito a quel campanello d’allarme.
Romeo Torres, il colombiano affiliato con il cartello degli Esteban, doveva essere già qui con due chili di bianca. Senza contare che il suo contatto sarebbe stato gonfio di euro. L’attesa è lunga, ma per le prede più grosse ci vuole maggior pazienza.
Come se un regista oscuro guidasse il set delle nostre vite, la porta del locale si spalanca nell’istante in cui spengo la sigaretta. Una valanga di testosterone sud-americano tracima nel locale: bandane, tatuaggi e baffetti di dubbio gusto mi sfilano dietro fino al biliardo vicino alla toilette. Romeo è l’occhio del ciclone latino; quattro gorilla lo coprono su tutti i lati, e i ferri che spuntano dai jeans mi agitano non poco. Dovrò passare sopra a parecchi cadaveri per arrivare al malloppo.
Un altro whisky e il contatto si fa vivo: quella borsa sportiva stona talmente tanto con il completo Armani e la super-fica al fianco che sono sorpreso non abbia scritto in fronte “derubatemi”.
Il pollo da spennare è identificato ma lei è un problema. Non voglio innocenti tra le palle. Il vestitino aderente che le avvolge il corpo esalta una struttura esile ma al tempo stesso tonica e formosa. Il cuore accelera ma non so perché, qualcosa non torna.
I due scendono la scala d’ingresso e, parlottando, tirano dritti verso Romeo e i gorilla. Solo quando passano dietro di me sento un sussulto: il viso, gli occhiali, l’andamento sicuro e quella voce così sensualmente inconfondibile. Non la ricordavo bionda platino ma non poteva che essere lei! I flebili dubbi spariscono quando i nostri sguardi si incrociano grazie allo specchio piazzato dietro al bancone del bar: un nano secondo cristallizza lo spazio-tempo, forse solo per me. Lei continua veloce fino ai narcotrafficanti e li charma; non so se sia una questione chimica o altro, ma le basta la presenza per placare la naturale aggressività maschile… un’ammaestratrice di testosterone.
Adesso che ho ripreso il controllo dell’emotività mi rendo conto che la situazione si fa complicata: non posso uccidere una vecchia fiamma, ma non ci sono altre vie per il bottino. Due Uzi da 50 colpi ciascuna non mi servono ad un cazzo se c’è lei. I soldi sono tanti… Lo faccio? Non lo faccio?
«Sai che quello spolverino non nasconde affatto le mitragliette?»
Diavolo di una donna. Come hai fatto ad arrivarmi così vicino senza che me ne accorgessi. Lo stupore è così tanto che riesco solo a dire:
«ma… co-come hai…?»
«sei sempre stato più lento di me – si affretta a sottolineare – senti. Non ho ne tempo ne voglia di fare casino con te fra i piedi. Vai al bagno e aspettami.»
Finisce la frase e rivolge l’attenzione al barista per chiedere una cedrata. Non ho scelta, l’effetto sorpresa è sfumato e non posso che seguire la corrente.
Ingollo l’ultimo sorso del mio adorato laphroaig vecchio di 18 anni e mi avvio al bagno. Il gorillone che controlla il cesso neanche mi degna di uno sguardo, assorto com’è nelle cosce della diavolessa. Mi ficco nel gabinetto più lontano dalla porta, mi siedo, impugno gli Uzi e aspetto.
Ogni volta che attendo l’inizio della battaglia vado in trance, mi fisso su un input esterno e lascio tutto il corpo rilassato, pronto allo scontro: stavolta sono le gocce che cadono da un rubinetto: ne passano 912 prima che la porta si apra. E’ lei. Esco dal gabinetto, mi guarda appoggiata alla porta. Sorride. Stronza: lo sa che mi sciolgo quando fa la teenager.
«Hai esattamente 20 secondi prima che si riprendano dal colpo – dice estraendo una flash-bang dalla borsetta – e se ne rimane qualcuno vivo, posso sempre dare la colpa a te. Buona fortuna!» conclude facendo scivolare la granata dall’uscio.
Ci vogliono 22 gocce prima che la flash-bang scoppi e che un gorilla spari 4 colpi alla cieca. E’ il momento. Esco e scarico le mitragliette, le rimetto a posto e tiro fuori la nove millimetri, svuoto il caricatore per finire quelli che si muovono o che si fingono morti. Rientro. La diavolessa mi fissa dal fondo del cesso.
«Allora le palle non ti si sono completamente atrofizzate»
«Pensavi che una flashbang sarebbe bastata a fermarli?» le urlo in faccia
«Come sei piccolo e tenero quando fai la voce grossa – si avvicina al mio orecchio e sussurra – sapevo che saresti stato qui prima di me a fare il lavoro sporco»
Conclude la frase accarezzandomi il volto. Non posso cadere di nuovo nella sua rete.
«Questa volta non mi prendi per il culo!» sbotto inviperito.
Non fa una piega. Ride, si avvicina di nuovo e mi posa una mano sul pacco.
«non fare i capricci piccolo mio»
le labbra che si stampano sulle mie sono la ceralacca con cui siglo la sconfitta.
Senza che me ne accorga la sapiente diavola ha già la verga in mano. Mi fissa mentre lo mena e lo stringe come un boa che ha appena catturato la preda. Cerco di resistere ripensando al passato e al motivo per cui ci eravamo lasciati. Tutto vano, i pensieri si offuscano e ogni freno salta quando l’altra mano mi accarezza le palle.
Reagisco. La prendo per le spalle e la giro sul lavandino. Le spingo la faccia sullo specchio mentre inizio a montarla con forza. Lei gode e ansima dal piacere. Le passo un dito sulle labbra e lei lo lecca avidamente: lo sa che ho un debole per la saliva.
Ogni colpo genera un acuto meraviglioso: tono alto, voglioso e sottomesso.
Ho sempre ammirato il fatto che una donna riesca a dominarti anche se è completamente legata e con una pallina rossa in bocca.
La stringo, la sculaccio e la tiro per i capelli ma è lei che ha tessuto la tela in cui sono imbrigliato fino all’uccello.
Questo pensiero aumenta la furia dei colpi e la potenza delle sculacciate. Gode solo di più la stronza.
Tirandola per i capelli la giro e la sollevo sul lavandino: spero che la scomodità almeno non la faccia godere come una riccia. Mi sbaglio ma ormai sono immerso nei suoi occhi che mi ordinano di scoparla con forza. Sono ammaliato e in preda all’odio: solo lei ne è capace. Le metto le mani al collo e stringo. Vorrei ucciderla ma sappiamo entrambi che non lo farò. È rossa in volto, suda e geme come una cagna.
Ormai sono preda del sortilegio e la bacio al massimo del mio piacere. Lei se ne accorge e lo estrae in tempo per farmi venire sulla pancia…
Il tempo sembra immobile. Solo le gocce di sudore che slittano sul suo corpo e i respiri affannati fanno capire che è tutto reale, cosa che non mi sembrava ancora possibile.
«Ma che cazzo volevi fare!?!?!?» mi sbraita in faccia
«dobbiamo andare via e dividere il malloppo»
Ride maligna.
«Pensi davvero che voglia dividere?»
Appena finita la frase la sua testa scatta in avanti, sento un dolore lancinante al naso. Poi il nulla.
Quando riapro gli occhi mi trovo a terra, in bocca un sapore ferroso e riesco a malapena a vedermi il cazzo incollato ai peli.
Focalizzo meglio il panorama e poco più in la dei miei piedi ne vedo altri quattro: Due sbirri mi guardano con un misto di odio e disgusto.
«Giovanotto… dovrai raccontarci parecchie cose in centrale».
Sconfitto, faccio buon viso a cattivo gioco. Mentre mi trascinano penso tra me e me: è sempre stata un passo di fronte a me.

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