di Luca Torzolini

Errava, nel bosco, uno strano odore di frittelle. Gongolava in esso quel mellifluo salmastro che pareva appartenere a carnali pulsioni represse. Forse Cappuccetto Rosso le aveva mangiate poggiandole sulle proprie gambe? In fondo, chissà quante cose non si sapranno mai sulle donne. L’acquolina iniziò a farsi strada dalle ghiandole salivari fino a grondare dalle feritoie strettissime dei denti aguzzi: al lupo venne fame.

Nello stesso istante, ignaro d’esser cacciato da desideri sparsi nell’etere, il cacciatore si masturbava. Ad ogni gesto in cui la mano scivolava oliata sulla fulgida nerchia, l’uomo urlava di piacere perverso, soverchiato da un impianto stereo che amplificava la voce di mille donne mentre godevano dell’orgasmo infinito. Era una casa tecnologica, la sua. Sin da piccolo a contatto con le armi da fuoco, aveva sviluppato una devozione ossessiva nei confronti del proprio pulsante fucile. E si segava, smanettava l’uccello al ritmo primitivo d’un intreccio sonoro fatto di pianti, stupore e traboccante gioia carnale.
Cappuccetto Rosso, camminava a passo svelto, protetta o forse no dall’ombra dei grandi alberi della foresta. Perché la nonna viveva in un bosco? Da giovane aveva la forza per cacciare via gli orsi e strangolare i lupi che sbranavano le pecore del suo vivaio? Oppure era una druida, in contatto coi segreti arcani della natura? Ora giaceva malata nel proprio lettone, divorata dalle coperte fino agli occhiali e col naso rosso bordeaux dal raffreddore.
Si fermò per la seconda volta Cappuccetto, presa da un impulso irrefrenabile: col fiorire dell’adolescenza era nata in lei la passione del toccarsi; non poteva resistere, o meglio non riusciva a fermare la mano che da sola caricava l’interno delle cosce. Ai piedi di un poderoso arbusto, pose il mantello in terra e si lascio scivolare sulla schiena contro la corteccia livida del tronco. Dopo essersi riempita la bocca di frittelle, in modo da simulare un cazzo bello grosso in bocca, le gambe cedettero a poco a poco per il godimento assurdo che accendeva col polpastrello sul clitoride turgido e indispettito. Mostri. Sognava mostri nel buio che la penetrassero con la verga portata al limite dai propri lamenti; era un cazzo d’amore, il loro: si innalzava cercando di valicare i limiti della pelle, col sangue che pompava ottuso il desiderio della fusione carnale. Nella crème della crème del disastro, l’intera mano aveva violato la piccola fica e ossessiva eseguiva lo sfondamento ritmico di quel bastione un tempo immacolato. L’odore di frittelle tornò prepotente a vagare nel bosco. Il vento stesso cercava le narici del lupo per istigarlo, ma l’intreccio delle varie correnti d’aria occultava l’origine del misterioso profumo. Arrapato fin nei meandri più bui del proprio subconscio, il mammifero si salvò l’ennesima volta da un ictus solo grazie al circolo di Willis. Iniziò a correre verso la dimora di una vecchia fiamma e, arrivato al lato dell’abitazione, balzò attraverso la finestra chiusa che si frantumò in mille pezzi come preliminare di ciò che sarebbe avvenuto di li a poco. Tutt’altro che un banale spavento colpì la nonna di Cappuccetto Rosso: finalmente era tornato il cattivone, senza sapere che il richiamo fosse di natura genetica. La donna, nonostante la greve età, aveva la vulva gocciolante ancor prima che il lupo la prendesse senza tregua per un buon quarto d’ora, graffiandole le gote e raddoppiando i segni del tempo con rughe di sangue: all’apice dell’estasi, estrasse il nerbo retrattile ed emise un getto denso e corposo che inumidì le leggiadre vesti e i grandi occhiali. Grazie all’assorbimento dello sperma, la nonna ringiovanì di colpo; mentre il lupo giaceva sfinito sul lettone, si vestì e uscì nel bosco a caccia di cinghiali. Non passò troppo tempo per far si che l’antico portone d’ingresso vedesse entrare l’incappucciata con ciò che era rimasto delle frittelle nel grazioso cestino di vimini.
«Nonna, nonnina, dove sei?» disse Cappuccetto.
Era quel cazzo d’odore di frittelle: il lupo si riprese di colpo e la verga s’armò come mai gli era successo prima d’allora. Fugace indossò l’umida vestaglia da notte e prese gli occhiali di riserva da sopra il comodino.
« Cough! Cough! Vieni piccola, sono nel lettone… Cough! Cough!»
“Che diamine di voce ha la nonna?”, pensò Cappuccetto. Certo, i sigari che fumava di tanto in tanto le avevano abbassato il tono di voce, ma di là non poteva esserci che qualcuno con un bel cazzo. Ad altro non riusciva a pensare da giorni, pensava sempre e solo al cazzo. Così varcò la porta della camera e vide un enorme lupo che si rendeva ridicolo indossando l’abito da notte della sua nonnina.
«Che occhi grandi che hai!» disse la piccola avvicinandosi al lettone.
«Un edema periorbitale, bambina mia… sono allergica alla polvere, vecchia come sono non riesco a pulire granché quest’enorme casa»
«Che mani grandi che hai! E che unghia affilate!!» continuò a recitare e nel frattempo estrasse dal cestino un taser che la madre le aveva raccomandato di non usare se non in casi d’estrema difesa personale.
«L’estetista passerà la prima domenica di primavera. Anche lei è ormai anziana e preferisce venire nel bosco durante il giorno del Signore, quando i boy-scout campeggiano nei dintorni»
S’avvicinò fino a prendere le coperte e con un gesto repentino scoprì l’animale che sotto le lenzuola mostrava una vestaglia stirata al limite delle possibilità tessutali dall’enorme fallo in perenne ascesa verso il cielo.
«Che cazzone grande che hai!!!» disse la troietta con le mutandine ormai zuppe, mentre il taser sparò gli elettrodi sul petto del lupo che a 200000 volt svenne. Eppure il membro vivido pareva immortale. Cappuccetto legò con trenta giri di spago da cucina il lupo alla testata del letto e quando si sentì rassicurata da tale immobilità, tolse le mutandine, le mise al lupo a mo’ di museruola e, con le mani poggiate sul petto villoso, si sverginò cavalcando il cazzo della bestia senza smettere per ore ed ore, gemendo senza tregua e faticando persino a prendere il respiro. Le urla si diffusero tra le verdi fronde, riecheggiarono  dai tronchi cavi fin dentro i cunicoli scavati dalle talpe, e infine arrivarono alle orecchie del cacciatore sormontando tutti gli orgasmi femminili che aveva registrato negli anni. Preso dal richiamo di quella sirena, col cazzo che lo precedeva si diresse verso l’origine della melodia perfetta. Anch’egli balzo attraverso la finestra della vecchia casa e i vetri in terra gli si ficcarono nelle carni dei piedi testimoniando l’impeto focoso che non gli fece avvertire dolore. Cappuccetto era talmente presa dal suo primo cazzo che non vide né sentì il cacciatore finché egli non le prese i fianchi da dietro e le riempì il culo col fucile carico di sperma. Scoprire la doppia penetrazione durante il suo primo atto sessuale le causò orgasmi multipli a profusione. Di lì a poco, il lupo si riprese e sentì il basso ventre inondato di liquidi vaginali, mentre la scena che gli si parava dinnanzi lo portò ad eiaculare più e più volte in sincronia col cacciatore e la piccola porca.
Qualche ora più tardi la nonna rientrò in casa con un cinghiale stecchito in spalla e una lepre tenuta per le orecchie. Varcata la soglia del salotto sentì arrivare una zaffata di feromoni, lasciò cadere le prede a terra e corse in camera. Cappuccetto si stava vestendo, mentre i due maci giacevano sfiniti sul lettone.
«Nonnina! Nonnina! Ti voglio tanto bene!!!»
«Ma, ma… Cappuccetto?!!!…»
Non fece in tempo a dire altro che la nipotina le saltò al collo e la riempì di bacetti.
«Ho fame nonna… e credo anche loro» disse indicando i due esseri sfiniti e con gli occhi quasi privi di vita.
La nonna non rispose, perché di colpo ricordo il tempo in cui portava le frittelle a sua nonna e conobbe il padre del lupo. Tornò in cucina, preparò i tagli di carne e la mise a macerare nel vino e nell’olio con dell’ottimo rosmarino.
La sera stessa il tavolo era imbandito d’ogni ben di Dio. Mentre un appagato silenzio regnava in salotto, le mandibole del lupo e del cacciatore lavoravano la carne nell’impulso di rigenerare le forze; Cappuccetto e la nonna guardavano i due maschioni rifocillarsi lanciandogli languide occhiate. C’era ancora il contorno di patate arrosto, gli spinaci, il dolce, il caffè e l’ammazzacaffè: le regole dell’erotismo impongono l’attesa.
Eppure la maniglia della porta d’ingresso s’abbassò e i cardini cigolarono in un acuto memore delle dimenticanze di chi doveva oliarli.
«Erano buone le frittelle?» disse la madre di Cappuccetto Rosso, affacciatasi sulla scena.
Non fece in tempo a capire cosa fosse accaduto, perché gli occhi si focalizzarono sul tavolo dove erano accomodati gli ospiti. Si era alzato, inclinandosi non di poco.

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